Oltre il sogno

 


Quest’anno Bruno non ha trovato i biglietti da Malpensa e la partenza è prevista da Bologna alle 6:00 del mattino.  Non andiamo nemmeno a letto, pochi minuti dopo la una partiamo in auto da Muggiò, in un paio d’ore siamo a Bologna. All’imbarco i soliti problemi per i bagagli sovrappeso, scalo previsto a Roma, partenza alle 8.05 x Capo Verde. Arriviamo a Boavista (Capo Verde) alle 14.20, orario italiano; i problemi di passaporto di un passeggero che si imbarca a Boavista ci  ritardano la partenza per “Ilha do Sal”, l’isola dotata del maggior aeroporto internazionale, AmilcarCabral.  Alle 15.30 siamo in coda alla dogana; all’uscita dell’aeroporto ci aspetta un amico di Bruno per una visione “preventiva” di un imbarcazione; in pochi minuti siamo a Palmeira, piccolo porto di pescatori.  La barca ci sembra inadeguata e bisognosa di consistenti interventi; parere negativo!  Nuovo imbarco, volo aereo per Sao Nicolau, decollo alle 18.20, arrivo dopo soli trenta minuti. Benvenuti a Capo Verde!!!

Bruno è venuto a prenderci in aeroporto. Noi, Milanesi, per il terzo anno, ormai “non per caso” a Capo Verde. Ci accoglie anche un vento fortissimo, che increspa il mare come logica conseguenza. Al ristorante Recanto, nell’entroterra, a tavola davanti ad un vassoio con una montagna di gustosissime aragoste, siamo ricompensati dalle fatiche del lungo viaggio: quattro diverse tratte aeree con quattro decolli e corrispondenti atterraggi, 255 km di auto, 40 tra le montagne. Un "esodo", nella speranza ne valga la  pena.

Dopo cena partiamo x Tarrafal, nostro luogo di destinazione. Quest’anno abbiamo diverse defezioni e siamo solo in quattro, Massimo, Maurizio, Roberto e chi scrive. Le nostre mogli, prendendoci in giro e ben sapendo che le nostre ambite prede sono dotate ben di spade, ci hanno soprannominato i “quattro moschettieri”; speriamo porti bene, speriamo meglio dello scorso anno quando appena scesi dall’aereo a Sal, gli occasionali compagni di viaggio ci hanno augurato “buona pesca”. Abbiamo portato le valige in camera; siamo ora sul portico a pochi metri dal mare. In quest’isola di origine vulcanica, a cinquanta metri dal mare e in una notte senza luna, si confondono spiaggia, mare e cielo; il nero è ancora più nero, non vediamo il mare ma sentiamo le onde spinte dal vento.

Primo giorno di pesca, partenza di prima mattina, arriviamo al porto e troviamo Hestrella, il marinaio, che ci aspetta, con la barca pronta già ormeggiata al pontile. La barca è quella di Bruno, di nome “Pippo”, una "lancia" di sette metri, in legno ricoperto di vetroresina, motorizzata con un Evinrude di 40 cv, maggiorato a poco oltre 60. Usciamo dal porto e viriamo in direzione del faro, armiamo le tre canne con altrettanti Rapala; dopo una trentina di minuti "parte" una lenza, Maurizio prende la canna e senza difficoltà recupera un wahoo di kg 8,8.

Abbiamo iniziato bene ma poi trascorrono quasi due ore senza agganci; siamo ormai sull’estremità opposta dell’isola, decidiamo di armare tre canne con l’esca artificiale (Tuna) per tonni o Marlin. Lasciamo filare le lenze, la prima a poco meno di dieci metri dalla poppa, la più distante a circa quaranta metri, la terza intermedia alle altre. Quando al traverso della punta dell’isola, viriamo decisi verso il mare aperto, speranzosi e preparati ad affrontare onde e spruzzi, oltre ad ore monotone, in attesa di una canna che "non parte". Infatti, negli ultimi due anni, in otto giornate complessive di pesca, abbiamo registrato solo un attacco di un Marlin. Marlin che, dopo un duro combattimento, recuperato sino a pochi metri dalla barca, aveva vinto la battaglia. 

Invece quest'anno succede l'impensabile: alla prima uscita ben tre attacchi, Marlin ben visibili in scia al momento dell'attacco alle nostre esche, la lenza che esce prepotentemente dal mulinello ma quasi subito "il nulla". La lenza si ferma, il pesce si è staccato. In un caso abbiamo addirittura l'impressione che il Marlin voglia giocare; stiamo al gioco azionando rapidamente il mulinello ed imprimendo uno scatto all'esca, simulando una repentina fuga. Il Marlin "ci sta", nuovo attacco ma ancora non si aggancia. Pazzesco! Tre attacchi in una sola uscita e torniamo in porto a mani vuote.  Ne parliamo con Bruno e ravvisiamo l'opportunità di "appuntire" gli ami; con una lima da ferro proviamo, senza successo, a rendere più "pungenti" gli ami.

Secondo giorno.  Siamo eccitati dai tre attacchi del giorno precedente,  i Marlin erano ben visibili al momento degli attacchi, incrociavano le nostre esche, la pinna dorsale tagliava distintamente l'acqua, il "testone" e la spada visibili al momento della "mangiata".  Pazzesco; mai avremmo pensato una cosa del genere.

Usciamo dal porto, “Pippo” in semiplanata ci porta al largo della punta, siamo in zona di caccia.  Filiamo le lenze, regoliamo attentamente le frizioni, dure per favorire l'aggancio del pesce. Non passano quindici minuti che la prima canna inizia a “cantare”. Impossibile!

Si ripete la storia del giorno precedente, la lenza smette subito di uscire, segno inequivocabile che il Marlin se ne è andato. Pazzesco, pazzesco!  Ancor più pazzesco perchè la storia si ripete per altre cinque volte. A questo punto, dopo quasi quattordici ore di pesca in due giorni, nove attacchi e nessun pesce allamato, anche il pescatore meno esperto avrebbe individuato negli ami il più probabile colpevole.

Rientriamo in porto, ne riparliamo con Bruno chiedendo dove recuperare una mola da banco. Recuperiamo una mola smeriglio di tipo manuale e iniziamo un improvvisata lavorazione da fabbro, contravvenendo ogni e qualsiasi regola della sicurezza. Altro che 626!  Ogni amo viene molato e provato al tatto, ora pungono solo a "guardarli", adesso sono dei bisturi.  Domani ce la giochiamo. 

Terzo giorno. Usciamo dal porto, siamo indecisi se virare verso il faro per wahoo (non vorremmo fare la fine dello scorso anno, annoverando "zero tituli") o dalla parte opposta per Marlin; Il nostro tattico (Maurizio) non ha dubbi, Hestrella ci aiuta nella decisione: deve tornare presto perchè il sabato ha la partita di calcio ……….. quindi dritti per Marlin.

Questa volta navighiamo paralleli alla costa e poi, quasi in prossimità della punta, viriamo verso il largo. A circa tre miglia, siamo in zona di caccia, iniziamo a virare al largo della secca di Canalinho. Nemmeno una barca, mare buono ma vento teso che ci bagna continuamente (in Africa alla fine di maggio è possibile patire freddo?). Passiamo oltre un ora a trainare; abbiamo esaurito i bonus nei giorni precedenti? Invece, poco dopo, un urlo di Hestrella. Sulla scia a fior d'acqua il Marlin all'attacco della nostra esca, la lenza parte decisa, il mulinello inizia a cantare, senza fermarsi come nei giorni precedenti; allamato, al primo attacco!

Lasciamo sfuriare il pesce, intanto indosso con calma la cintura di combattimento. La canna è durissima, quando la lenza smette di uscire dal mulinello inizio la fase di recupero, aiutato dalla manovra della barca che in retro cerca di ridurre le distanze dal pesce. La lenza entra senza eccessivo sforzo nel mulinello, il pesce è "in canna" ma all'apparenza non combatte, sarà di piccola taglia.

Nemmeno finisco la frase che vengo subito smentito, il Marlin si prende la lenza che esce ancora prepotentemente dal mulinello; saranno usciti quasi duecento metri di lenza.

Passata anche questa sfuriata, riprendo la fase di recupero, la lenza è tesissima e riesco a recuperare solo "pompando", alzando la punta della canna e recuperando lenza nel momento in cui la abbasso. Operazione faticosissima se ripetuta oltre un centinaio di volte; i muscoli sono in tensione, adrenalina "a mille". Due anni orsono il Marlin ha combattuto per oltre quarantacinque minuti in profondità, questo invece rimane molto al largo della barca ma più in superficie. Abbiamo la lenza tesissima quando, in altra direzione un "altro" Marlin salta fuori dall'acqua; al secondo salto riconosciamo la nostra esca agganciata al Marlin, è lui! 

Un combattimento fatto di sfuriate col Marlin che si prende la lenza, contrastata dal nostro recupero, una "pompata" dopo l'altra. La lenza recuperata e la bobina quasi piena ci indicano che il Marlin è ormai vicino alla barca, ora si vede l'esca.

Hestrella prende in mano la lenza, alla quale è agganciato il Marlin ormai esausto. Il raffio nella mano di Hestrella chiarisce che al Marlin non faremo solo foto; per noi è passione e sport, per Hestrella è guadagno, è irrinunciabile, è la sua vita; il Marlin sarà venduto al mercato del pesce di Tarrafal. 

Il Marlin mette in campo le residue energie e prova a liberarsi dibattendosi; pochi secondi dopo è immobilizzato (omettiamo la "procedura") ed a lato della barca.  L’amo, entrato dal palato trapassando il rostro ed uscendo dalla parte opposta, ci conferma che “l’operazione ami” è perfettamente riuscita. Ora una delle manovre più delicate e pericolose, issare il Marlin sulla barca senza rovesciarla. Chi pensa ad un esagerazione si sbaglia; caricare oltre 200 kg (in porto pesato 245 kg) dalla fiancata esterna della barca (lancia in legno di sette metri) può facilmente provocare il rovesciamento dell'imbarcazione. In mezzo al mare, senza altre barche in zona, senza radio nè razzi di segnalazione.Lo scorso anno una barca di pescatori, francesi, non è più rientrata in porto; oltre al motore in avaria, la causa più accreditata è proprio questa difficile operazione.  Siamo in tre a far da contrappeso sul lato opposto, Massimo in posizione centrale in aiuto ad Hestrella. 

Il Marlin è sulla barca, tra le panche, sporgono dalle fiancate la spada e la coda sul lato opposto. Rientriamo, impensabile solo pensare di riprendere la pesca. Rientriamo, non prima di un bagno alla splendida spiaggia di sabbia bianca, unica in un isola di roccia scura.  Non è possibile arrivare con la barca sino alla riva; l'onda alta che si infrange non permette poi alla barca di riprendere il largo. Bruno ha già “lasciato” una barca rovesciata sulla spiaggia. Ci tuffiamo ad una trentina di metri dalla riva, io con Massimo ed Hestrella. È una spiaggia, sino a qualche anno orsono, raggiungibile esclusivamente via mare; ancor oggi le tartarughe vengono a posare le uova. Con Massimo esploriamo gli anfratti delle rocce scavate dal mare, alla ricerca di un improbabile tartaruga. Un po' di sole, una passeggiata e facciamo segno alla barca di tornare a prenderci.

Maurizio è ai comandi, si avvicina mentre noi ci tuffiamo. Mentre ci avviciniamo a nuoto, inspiegabilmente la barca si allontana e prende il largo, alle nostre imprecazioni si ferma e con una dose aggiuntiva di nuotata, siamo sulla barca. Prima di entrare in porto passiamo sotto casa di Bruno; a distanza, dall'entusiasmo, capisce subito che la pesca è stata fruttuosa. Siamo in porto, Bruno è fantastico; da un vicino magazzino edile arriva un muletto per sollevare il Marlin, per la pesata e le foto di rito. Non risparmiamo certamente sugli scatti; le foto contribuiranno a rendere indelebile il ricordo di momenti eccezionali.

Quarto giorno, oggi anche Bruno esce con noi a pesca; concordiamo di andare a Marlin e poi provare sulla secca con il Vertical Jigging. Usciamo dal porto e viriamo dritti verso la zona di pesca. Siamo ben distanti dalla costa quando lasciamo filare le lenze dietro la barca. Primo attacco, la lenza esce veloce, dopo la sfuriata iniziamo il recupero ma il Marlin si libera.

Non passano venti minuti, secondo attacco, la lenza esce velocemente, Massimo indossa la cintura di combattimento e, passata la prima sfuriata, è pronto ad iniziare la fase di recupero. Il Marlin è particolarmente combattivo, la lenza è tesissima e la canna si tiene a fatica. Massimo attende che il Marlin sprechi altre energie sino a quando può iniziare il recupero. 

Bruno preferisce non manovrare in retromarcia e Massimo deve recuperare la lenza senza "agevolazioni". Le sfuriate del pesce vengono contrastate dal buon lavoro di Massimo.

Il Marlin è in superfice, distante dalla barca, tenta una serie di salti fuori dall’acqua per tagliare la lenza con la spada. Una "pompata" dopo l'altra, la lenza viene recuperata, ecco l'esca, il Marlin è vicino alla barca. Hestrella avvicina il Marlin ormai esausto alla fiancata della barca e reprime ogni residuo tentativo di fuga.  Intorno alla barca l'acqua è rossa dal sangue del Marlin. La manovra di "messa in barca" del pesce riscontra un problema; nello sforzo, Hestrella scivola e finisce nell'acqua tinteggiata di "rosso".  Non abbiamo bisogno di segnalare il pericolo di un mare infestato dagli squali, Hestrella ne è così consapevole che "salta" letteralmente in barca. È un Marlin blu striato, al peso kg 185.

Come da programma ci dirigiamo verso la secca di Canhalinho per pescare al Vertical Jigging. Zona ottimale per ricciole, cambiamo più volte zona ma…… "nada de nada".  Riteniamo di poter rientrare in porto più che soddisfatti.

Quinto giorno, oggi Bruno rimane a casa, il mare è decisamente mosso. Siamo sulla zona di pesca a prender secchiate d'acqua. C'è vento teso e abbiamo indossato i K-way.

Non dobbiamo attendere molto che la canna con la lenza più vicino alla barca inizia a "cantare". Lasciamo che il pesce si prenda lenza mentre Maurizio indossa la cintura di combattimento. Maurizio risente ancora dell'operazione al braccio sinistro ma è deciso e determinato. Il pesce in canna moltiplica le energie; il combattimento è simile ai precedenti. Il Marlin che "parte" e si prende lenza, recupero fatto di "pompate" appena passata la sfuriata. Il Marlin è sempre più vicino alla barca, si vede l'esca "a penzoloni" sulla lenza.

Maurizio è esausto e passa la canna a Roberto, il Marlin si riprende lenza spendendo le ultime energie. La battaglia continua, vediamo il Marlin saltare fuori dall’acqua. Ormai è esausto e viene recuperato senza eccessiva fatica; è ormai immobile a lato della barca; la solita attenzione nell'issarlo a bordo. Grande soddisfazione nel vedere che anche questo amo si è conficcato nel palato uscendo dalla parte opposta, attraversando l'osso del rostro. È un Marlin blu del peso di 180 kg.

Ci dirigiamo subito in zona più protetta dalla costa lasciando filare tre rapala dietro la barca per completare in relax la pescata; un ultimo wahoo di kg 9,50 completa la giornata.

Rientriamo presto e con Bruno decidiamo di andare col Pajero alla spiaggia di sabbia bianca. Percorso fuoristrada molto bello, in spiaggia siamo soli. In acqua invece, nello stesso punto ove ci siamo tuffati dalla barca, una sagoma scura, che nuota in un metro d'acqua, parallelo alla riva; è uno squalo nutrice di un paio di metri.  Bruno ci dice che non è pericoloso, attacca l'uomo solo quando disturbato. Nessuno di noi decide per il bagno, non vorremmo...... disturbarlo. 

La vacanza è proprio finita e la sera, davanti a spettacolari bistecche di wahoo, ottimamente cucinate alla griglia, "ce la raccontiamo". Oltre ogni più rosea aspettativa, periodo ottimo per il passaggio di Marlin, sancito da quattordici attacchi (contro uno solo nei precedenti due anni), tre Marlin catturati di complessivi 610 kg. Siamo veramente soddisfatti.

Molte agenzie organizzano battute di pesca a Sao Nicolau, con pescherecci e barche appoggio, con doppia motorizzazione, dotati di radio e comode cabine, con divergenti in grado di far filare decine di lenze dietro la barca, con ecoscandaglio, navigazione satellitare con mappe computerizzate, con il seggiolino di combattimento.  Alla fine, in quelle condizioni, rischi di azionare la sola leva del mulinello. La nostra sfida è stata innanzitutto al mare, più dimensionata alla realtà locale, con la nostra barca, "Pippo", di soli sette metri e larga un metro e settanta, un solo motore e in assenza di ogni e qualsiasi dotazione di bordo.  Un combattimento più equilibrato, ove i rischi non erano solo a carico dei pesci. 

Nel 2010 il sogno si è infranto a un paio di metri dalla barca, quando il Marlin ha vinto la battaglia; questa volta la realtà è andata nettamente oltre il sogno.

Dario Morlini

  

 

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